PER UNA VIA DEI MITI

Si tratta di un progetto di teatro, musica, video installazioni, basato su testi di Enzo Fabbrucci che narrano i luoghi, di genti antiche più significative di questo territorio attraverso miti e leggende. Materiale inedito mutuato da studi storici e antropologici nonché prodotto da una ricca tradizione orale. Gli spettacoli, le letture vedono coinvolti giovani attori, musicisti e artisti delle nostre terre.

CANTO APPENNINO

L’appennino attraversato a volo d’uccello e narrato in lingua arcaica con soste in località che custodiscono ancora oggi rocche, torri o abbazie di epoche remote. Attorno a quelle rocche eventi singolari o misteriosi che ne hanno stabilito e consegnato ai posteri il carattere; eventi che sono stati tirati fuori dall’ombra e poi narrati per ricavarne eventi d’arte o di spettacolo. 

 

A CRONACA DEL SASSO

Un prete salito alla Città dell’utopia di Cosimo de Medici appena consacrato, un prete che ha seguito l’edificazione di una pieve e che se n’è venuto via vecchissimo, quando le nevi hanno cancellato tutto quanto. Il suo racconto rievoca tutti gli eventi a partire da alcune figure di abitanti davvero singolari e dalle segrete lettere che un Capitano, che alloggiava alla fortezza, spedì a Firenze.  

 

L’ AFFRESCO SCOLORITO

In una cella lungo l’antica via Flaminia, dice una leggenda, era un affresco che recava una scena misteriosa e una Madonna di inestimabile bellezza. L’autore era ignoto e più supposizioni erano state fatte nei secoli sul suo conto. Un pittore chiamato a restaurare quell’affresco dopo molte indagini fra le più belle dame della provincia non riuscì a trovarne una adatta alla posa, questo fino a una notte di luna piena…

 

UN GIARDINO SEGRETO

Il conte Ottaviano degli Ubaldini della Carda, cugino e sodale del grande Federico da Montefeltro, e il suo teatro di memoria; un giardino di simboli nella rocca di Sassocorvaro escogitato come dono d’amore a una donna che non riuscì mai a visitarlo. 

 

VIAGGIO AI MONTI DELLA SIBILLA

 Un giovane artista ed erudito e il suo viaggio fatale alla ricerca dell’antro della dea sul massiccio dei Sibillini. La ricerca dei volumi che si diceva fossero custoditi in qualche sperduta abbazia o torre e nei quali era rappresentata la chiave (la mappa) del futuro e il metodo per saperla decifrare ricavandone un potere sconfinato. 

 

I BESTIARI DI PLINIO IL VECCHIO

I magici destini degli animali così come il grande erudito romano ce li narra nella sua enciclopedica Storia Naturale; esseri che solo i nostri contemporanei ritengono inferiori all’uomo nella scala degli esseri viventi. In realtà creature dotate di istinti che li rivelano depositari di un potere del sentire che l’uomo riesce solo di rado a intercettare. 

 

IL LIBRO DEI FULMINI

Tutta una tradizione che a partire dalle genti etrusche e celte leggeva nella folgore il rivelarsi della volontà divina, e una serie di racconti di persone colpite da fulmini e sopravvissute che avevano riportato dal prodigioso incidente poteri che oltrepassano l’umano. 

 

I PAESI DEI FOLLI

Luoghi d’appennino nei quali si diceva dimorasse una stirpe di sciocchi e bonaccioni che si riproduceva identica nei secoli, che insisteva a prendere la vita dal verso sbagliato e che godeva, anche, dei guai che provocava. Trovate buffe e invenzioni inutili come metafore, forse, della follia della vita e dell’agire degli uomini. 

 

FOSCA E I FOLLETTI

Una vecchia carrettiera che viaggiava tutta la notte con l’asina e un carretto carico all’inverosimile. Gli incontri che faceva con esseri soprannaturali lungo vie tortuose e deserte tra la costa e l’appennino e le sue riflessioni sul mondo visibile e diurno e quello notturno, ignoto, che si rivela a pochissimi…  

 

REMOTE COSTELLAZIONI

Un astrologo e astronomo conosce i segreti del cielo notturno e il modo di decifrarli. Egli vaga e narra di zodiaci remoti che poco o nulla hanno a che vedere con quelli arabi o greci, zodiaci figli di culture nomadi o stanziali che proiettavano in cielo destini di genti celte, osco umbre, picene, villanoviane… 

 

LE LUNE DI NEVIO

Un gigante selvatico e feroce che commise molti misfatti, che venne condannato a morte ma che sopravvisse alla forca… un gigante che si muoveva sotto il dominio della luna piena che aveva il potere di esasperarlo e spingerlo a vagare in cerca di prede per notti e notti dal tramonto al primo sorgere del sole.

dipinti di Enzo Fabbrucci
Appunti per uno studio sulla fisiognomica del Montefeltro.
Video basato sul "Poema del vento"

Il Sasso Simone sede della città del Sole

 
      LETTERE CONFIDENZIALI SUL SENSO DEGLI SGUARDI

 

Un pittore e i suoi appunti fisiognomici alla città di Cosimo

Un ricordo d’infanzia di Pietrantonio

 
di Enzo Fabbrucci

 

 

Si era ai primi tempi della città appenninica. Il sito godeva di un buon numero di abitanti e di visitatori, Pietrantonio era un bambino ignaro del suo destino artistico che viveva in un borgo perso tra i monti. La carriera di pittore, la bottega ad Arezzo e poi la grande fama a Firenze erano ancora da venire come una di quelle sorprese che ci riserverà la sorte ma che per ora non ci è possibile neppure vagamente ipotizzare. Era marzo. Quel giorno il suo amico Stelvio non s’era visto in giro a bighellonare e a giocare a piastre dentro l'ombra dei vicoli del Barco, perché doveva aiutare la zia Matilde nello spaccio degli alimentari; una piccola bottega che la donna possedeva fuori da porta Larga a circa metà della strada che dall’antichissima contea di Carpegna porta al Sasso. Così Pietrantonio gironzolava tutto solo e s'annoiava, poi verso le undici aveva sentito i campanoni della torre grossa (quelli che allora scioglievano solo quando veniva al monte un’ autorità) suonare a morto, e un’eco grave rimbombare nelle valli tutto intorno. A mezzogiorno aveva visto don Pirrotta e il sagrestano Fanèla venir giù a piedi; allora, in silenzio, era uscito dalla bottega e li aveva aspettati. Così Pietrantonio seppe che era morto il Capitano vecchio… Si pensava che il Serchia, il Capitano di ventura e condottiero che tutti chiamavano il Re fosse morto d’infarto, perché era risaputa la sua malattia di cuore… però nel pomeriggio avevano cominciato a correre diverse voci che recavano il sospetto che l’avesse ammazzato il figlio di mezzo, durante un aspro litigio a notte fonda, per dei dissidi che duravano da tempo su chi dovesse aspirare alla fetta maggiore d’eredità. Possedeva molte terre il Capitano nei dintorni della città e d’Arezzo dov’era nato… Si diceva anche che nel misfatto il figlio fosse stato aiutato da quella poco di buono della moglie, una cortigiana d’Urbino con gli occhi gradi e falsi di civetta, avida come nessun altro di agiatezza e di regali. Il vecchissimo capitano, a dire il vero, aveva un pessimo carattere… con l’età era stato assalito dall’ipocondria e questionava con tutti. Come il figlio, sembrava un gigante coi suoi due metri e otto centimetri di altezza.

 

 

 

Così faceva un certo effetto pensare che uno dei più temuti soldati di ventura d’Italia fosse stato ucciso in un piccolo complotto in casa sua, e per di più una tresca ordita dalla nuora che tempo addietro, alcuni sostenevano, fosse stata anche sua amante. Quella sera al tramonto, Pietrantonio ricordava di aver visto la Matilde che usciva di casa per andare al Sasso, al rosario, perché i Reggenti da sempre si servivano alla sua bottega per le spese di piccola necessità e, siccome s’erano messi a insistere, aveva permesso anche a lui e a Stelvio di andare nonostante la lunghezza del tragitto che era tutto in salita. Era marzo ma quella sera, stranamente, l’aria non era gelida; camminando guardavano quei bagliori che fa la notte quando in Appennino è in arrivo la primavera, quei bagliori rivelavano parti insospettate di stoppie e di costoni nelle vallate che si riproducevano uguali e furtivi fino all’Adriatico, disturbati per un attimo e poi subito riconsegnati al dominio della notte e allora tutto tornava buio attorno a loro così pareva che il mondo si facesse stretto, stretto a tal punto da non lasciare posto neppure al loro passo, bizzarra sensazione… Dopo un po’ che camminavano, un grosso lupo rinchiuso in una gabbia di legno sul bordo della strada aveva preso ad ululare all’improvviso; la Matilde in mezzo a quel silenzio frantumato si era spaventata e anche loro avevano preso paura… Dovevano averlo catturato alla tagliola i boscaioli della Penna che potavano le piante del Granduca, all’alba sarebbero tornati per portarlo via; intanto lui guardava la gente che passava per l’erta col muso schiacciato contro i ferri. Era ingombrante come un leone in quel gabbiotto di legno allungato, in quella piccola cella di prigione.Nei castelli tutt’attorno s’accendevano radi lumi, la città vista da sotto era solo un mastodonte, una nave superba incagliata nel sasso. Pietrantonio e Stelvio temevano che ai cancelli della rocca, - chissà perché -, le guardie del Capitano non li avrebbero fatti passare; alle prime case del Sasso, subito oltre la porta grande avevano sentito dire che emissari fiorentini erano stati per tutto il giorno al palazzo della Loggia e che, al tramonto, se n’erano tornati all’avamposto di Sestino portandosi via degli incartamenti e nientemeno che la nuora del vecchio.

 

 

 

Ma al cancello non c’era nessuno, neanche il soldato Bordoni dal volto sfigurato, e l’immenso portone della corte, per non dover venire ad aprire ad ogni nuovo arrivato, l’avevano lasciato spalancato. Alla base della gradinata erano alcuni bellissimi cavalli, a fianco i paggi, gli stallieri e i vetturini conversavano oziosamente tra loro abbassando il tono quando passava qualcuno, più in là due grandi portantine con gli stemmi dei Brancaleoni di Piobbico e dei Malatesta di Rimini stavano posate a terra: all’uso dei signori di Firenze anche i conti di Rimini e Piobbico dovevano esser giunti nel pomeriggio a cavallo alla base del Sasso per esser caricati in portantina e percorrere a quel modo l’ultimo tratto. Su per le gradinate Stelvio si sfregava le mani dicendo che finalmente avrebbero potuto capire com’era fatta dentro quella fortezza e vedere molti nobili e tutti quanti da vicino. E sarebbero anche saliti fino alla camera del capitano morto, perché un morto ammazzato non l’avevano ancora mai visto; e figuriamoci, poi, di quella stazza.La Matilde s’era fermata sulle scale dei camminamenti assieme ad altre donne che conosceva e da lì guardavano in silenzio la gente che arrivava. Loro erano entrati e, a metà del lungo andito, s’erano trovati in mezzo a contadini e a montanari e poi un drappello di guardie in uniforme e persone più eleganti che non conoscevano. I contadini, ammassati vicino all’ingresso, stavano da parte silenziosi, senza mescolarsi all'altra gente. In fondo al corridoio, in una minuscola sala, stava passando una donna che la vecchiaia aveva reso gobba e minuta come un topino e che Stelvio conosceva perché scendeva spesso al borgo, alla bottega di sua zia, per la spesa; scendeva tirandosi dietro un asino e un giovane garzone e se ne tornava al palazzo con un passo corto e sempre uguale, i tre erano carichi di sporte all’inverosimile. Si trattava di una serva delle più longeve ed era curioso osservarla per la tranquillità con cui, anche quella sera, stava dietro ai suoi doveri domestici nonostante in casa ci fosse il morto. Poco più in là, un servitore stava versando del liquore al Conte Brancaleoni, che loro conoscevano per aver visto qualche volta cacciare nella piana di Sestino attorniato dai suoi paggi in livrea e una muta sconfinata di cani. Il suo vicino che parlava con persone bardate a lutto era forse un Malatesta o un Della Rovere?… Più in là altri dignitari probabilmente di Arezzo, di Cesena o San Sepolcro. In fondo al corridoio c’erano altre stanze, ma le pesanti porte erano serrate.

 

 

 

Da bambini quando ci si sente sopraffatti da una situazione si scrutano i volti degli adulti per leggere attraverso di loro la reale portata degli eventi ma i volti dei dignitari non mostravano alcun particolare dolore, Pietrantonio notava che avevano gesti e pose, come dire? di maniera e parevano più interessati a sincerarsi di cosa pensassero le persone che li guardavano che a provare a loro volta qualcosa. Vi erano invece certi volti di popolani che parevano avvinti, soggiogati dal senso di lutto o forse di mistero; avevano un che d’attonito e arreso e allora egli si accorgeva per la prima volta di quanto prezioso significato può passare per i volti solo a saperne decifrare i segni. Pietrantonio aveva perso la madre quando era in fasce così non aveva mai potuto farsi un’idea di come fosse stata la sua veglia funebre, ora cercava di capire dai volti di quelle persone, alcune delle quali gli pareva di conoscere come fossero andate le cose. Per quanto riguarda invece l’arredamento degli ambienti i nostri erano rimasti delusi, nella rocca del Capitano in quanto a mobili e arredi non c’era niente di quel lusso che si aspettavano di trovare; erano solo più grandi che altrove e di fattura austera, grandi assi massicce e chiodi neri e maniglie assai pesanti in ferro battuto, sotto le loro scarpe lise poi sentivano che i mattoni erano ruvidi e sconnessi come quelli del pavimento a casa del mugnaio Finòt. Studiavano due mobili nel corridoio che non si capiva se fossero bauli o cassapanche e si chiedevano cosa ci potesse stare dentro. Poi, dopo aver visto alcune persone che, dietro a un soldato, salivano la rampa di scale che portava alla camera ardente, avevano tentato di accodarsi, ma Matilde li aveva subito messi in un angolo impedendo loro di andare.

 

 

Più tardi, affacciati a una finestra che non aveva le persiane serrate, guardavano in piazza perché c’erano due ubriachi appaiati che s’erano messi a questionare animatamente. Certo che, da laggiù, non ci si sarebbe neanche accorti che c’era il morto al Sasso, il muro di cinta e la via eran calmi come sempre, la piazza grande della fontana con la pietra dell'orologio solare era deserta e un lampione schiariva l’acqua che ne veniva fuori. Usciva un’acqua quieta e ignara d’ogni fatto, buono o cattivo che fosse!… i due ubriachi erano uno a ridosso dell’altro e immersi in quell’aria allentata e un po’ ottusa che pare li segua, e mentre uno ascoltava a gambe divaricate l’altro gesticolava con grande animazione; doveva essere di quelle discussioni che dopo un gran numero di paragoni ripetuti più volte li riportavano ogni volta - senza che nessuno dei due riuscisse a capire perché - al punto esatto dal quale erano partiti… Stavano giusto pensando a queste cose quando, da uno stanzino, erano usciti il vecchio don Pirrotta e un prete giovane, con le corone in mano e insieme avevano cominciato a recitare il rosario; in quella penombra grave s’era sentita risuonare la loro voce… I due parroci facevano strada con parole latine che parevano arcani proverbi o sentenze d'imbrogli di quelle che usano gli speziali o i dottori, parlavano ad alta voce e ogni tanto facevano delle pause come chi vuol dare gran peso a quel che dice: un brusio scomposto gli andava dietro tenendo, come poteva, il tempo. Loro, vicini alla zia di Stelvio, non rispondevano, pensavano che era ben strano non aver trovato in casa né il figlio del Capitano, né alcun parente. Solo più tardi avevano saputo che il figlio era andato al comando d’Arezzo e si era portato appresso i cugini per testimoni. A metà rosario erano arrivati la Nunzia e suo figlio, era la vedova di uno dei soldati più valorosi, parente alla lontana del Capitano e originaria di Gubbio, da anni col figlio risiedeva alla città; i due avevano attraversato la stanza e si erano accostati al muro in un posto libero. La Nunzia, alta e secca com’era, aveva sempre addosso un sentore di stantio, di inacidito. I suoi capelli erano corti e canuti; nel camminare buttava avanti mani e piedi come per gettarli via da sé senza curarsi di dove sarebbero andati a parare. Vestiva sempre con i panni da uomo, e di misura abbondante, aveva gli occhi bastonati di chi pare si vergogni di tutto e di niente e se l’incontravi per strada tirava dritto senza mai fermarsi per far due chiacchiere. Il figlio era come lei, nel camminare anche lui sparava via piedi e mani, ma procedeva col dorso piegato in avanti, come chi misuri la strada mentre va, avrà avuto una quarantina d’anni e si diceva fosse scemo dalla nascita.

 

 

 

La Nunzia stava appoggiata di schiena al muro con una mano sull’altra e guardava in basso con la solita sua espressione ferita; lui invece si guardava attorno pieno di curiosità e rideva a tutti spalancando oscenamente una bocca di denti radi e guasti. Durante le litanie le contadine s’erano messe in ginocchio, gli uomini no stavano appoggiati di schiena al muro e prima di uscire tutti tornavano alla camera ardente per l’ultimo saluto e si facevano il segno della croce poi se ne andavano giù per le vie strette tra le case. Mentre la gente usciva, a Stelvio era venuta un’idea: dovevano aspettare che anche sua zia, già in fila, se ne andasse seguendo le altre persone, per poi salire nella camera ardente e poter guardare con calma il vecchio Capitano in faccia… Se c’era poca gente, avrebbero fatto anche a gara per vedere chi resisteva di più a fissarlo senza spaventarsi. Così, mentre gli alti dignitari i soldati della guardia e il popolino se ne stavano tutti quanti andando, loro ignorando la zia che li avrebbe cercati a vuoto sotto i loggioni e facendo i finti tonti, erano saliti. Il Capitano l’avevano messo già nella cassa di legno, una cassa che pareva un immenso carro da fieno. Ai quattro angoli del catafalco i ceri ricamati a sbalzo col solenne giglio di Firenze s’erano accorciati tanto che arrivavano si e no all’altezza dell’imboccatura, così la salma, tra le alte pareti di legno, stava entrando nell’ombra. Stelvio aveva aspettato ansioso che anche gli ultimi ospiti fossero usciti dalla stanza per andare all’estremità della bara, proprio sotto a un grande specchio rivestito (come s’usa fare nelle occasioni luttuose) di un drappo nero, e si era messo a scrutare il morto. Pietrantonio gli era andato dietro e ricordava ancora, anni dopo, che la prima cosa che l’aveva colpito era il bordo delle ricche braghe nere scucito, così come aveva sentito dire che si faceva per i defunti che hanno i piedi rigidi o ingrossati. C’era un gran silenzio tutt’attorno, le scale e le stanze tacevano e Stelvio guardava con grande intensità ma con un’espressione ottusa come quando, di fronte a un adulto, ci si sforza per trovare una risposta alla domanda che ci è stata posta senza tuttavia riuscirvi. Pietrantonio invece costatava una cosa che più volte in seguito avrebbe poi notato sui morti, specie se sproporzionati per peso e statura, quella di non sapere da che parte iniziare a guardarli per l’impossibilità di collocarsi rispetto a loro, come se le parti del corpo, non più sotto controllo, cominciassero ad allontanarsi, ad estraniarsi l’una dall’altra. Chissà perché… Ma le mani del vecchio erano proprio belle; non sapeva se per la grandezza o perché avevano stretto ogni tipo d’arma in battaglia, e poi altre mani di principi e sovrani… e non erano incastrate una nell’altra con le dita a raggiera ma erano semplicemente posate una sull’altra in quel gesto che fa spazio alla pace e che non s’assume quasi mai da vivi.

 

 

 

 

Quel gesto però contrastava col volto che pareva esser stato sorpreso dalla morte in un momento d’ira… e Pietrantonio notò che anche da morto il Capitano non aveva perso quell’espressione cupa che mesceva autorità e prepotenza così si chiedeva, un omaccione simile, dove avrebbe potuto trascorrere l’eternità. In quale regno il Padreterno l’avrebbe potuto sistemare, e se all’inferno in purgatorio o in paradiso non risultasse là pure ingombrante e eccessivo. Attento a non cadere nella trappola di guardare nel cavo delle narici, perché la morte, gli pareva di capire, tramuta i fori del corpo in grotte, si era messo a fissare i lobi delle orecchie. Poi solo tempo dopo, ripensandoci, aveva capito: per un istante gli s’era affacciata in mente l’idea che da quei fori corporali uno potesse partire per un viaggio nelle lande desolate della morte, scomparire in un foro e trovarsi a percorrere le vallate senza ritorno che sanno di mesto e penombra, questo perché un corpo di morto dopo un po’ che lo si osserva in silenzio mette in una condizione simile al sognare, sì, una condizione dalla quale nulla ci è precluso in partenza e soprattutto quando si è bambini. I lobi avevano un colore di cera stagionata, una tinta traslucida e vana che non faceva intravedere niente che potesse ancora infiammarsi o sbiancare al culmine delle emozioni che animano i viventi. Aveva sentito dire tempo addietro che ai morti, anche vecchi, per qualche giorno continuano a crescere la barba e le unghie; ecco, il pensiero che in quel corpo ci fosse ancora qualcosa che si muoveva e cercava una via per uscire, lo aveva fatto sussultare e si era tirato indietro. Poi, tornato ad affacciarsi, gli era parso ci fosse qualcuno alle sue spalle che si stava allungando per guardare anche lui. Strana impressione che, chissà, forse fa pensare a un’orma fugace del tempo che corre… ma alle sue spalle c’era solo il gigantesco specchio a mezzaluna bardato di nero. La bara gli era parso non odorasse di niente ma per la stanza c’era un lieve profumo di biancheria lavata di fresco. La salma, vista così da vicino, non faceva impressione… il furore del volto era come quello di un orso abbattuto, vinto. Il gran soldato e Viceré si lasciava guardare in un modo così indifeso che dava gusto insistere, accanirsi sui particolari. Le due rughe ai bordi della bocca che, da un vecchio al borgo aveva sentito definire “le linee della vita”, ora sembravano due tagli aperti ad arma bianca e stupivano per l’abnorme inerzia che, d’ora in poi, avrebbero mantenuto per sempre. Dal corpo di quell’uomo che, fin da piccolo, gli era sempre parso incomparabile all’altra gente del Sasso, si sprigionava ora una malia che alimentava la sua attrazione morbosa; di lui si diceva che in battaglia fosse solito finire i nemici a mani nude, lui che aveva ereditato l'armatura di Uguccione della Faggiola, suo glorioso antenato, e la spada che era alta due metri che però, lì d’attorno, non c’era. Durante una spedizione al seguito del Granduca Cosimo in gioventù aveva catturato un lupo balzando di sella e inseguendolo a piedi per tre miglia, e poi l’aveva fatto accoppare a bastonate dai suoi soldati; e poi si diceva anche che il vecchio Granduca lo temesse come nessun altro per quella sua animalità che lo rendeva unico più regale di lui stesso, e che fosse stato quello il motivo per cui l’aveva allontanato da Firenze offrendogli, sorta di emarginazione dorata, un regno ai confini del suo regno… ora pareva che viaggiare sul suo volto fosse davvero viaggiare dentro ai segreti più nascosti della morte e rubare ad essi, più che spiegazioni, sensazioni, sensazioni rarefatte che non si riescono a formulare a parole. Pietrantonio notò, pieno di tremore, che le dimensioni di quel faccione spingevano ad assurdi e arditi tentativi di interpretazione; la mancanza di un intelletto dietro i lineamenti voleva dire mancanza di difese, così quella testa era una sorta di codice d’arcane scritture, magnifico reperto archeologico affiorato in una notte di primavera che richiedeva di essere, chissà come e chissà perché, interpretato. Da molto vicino la pelle aveva un ché di friabile, di stranamente poroso, e pervaso di peli sottili.

 

 

 

Ma il naso aveva un aspetto di solennità, forse per la lunghezza o forse perché reggeva, non tendeva farsi floscio sul labbro. Le sopracciglia erano spesse come stoppa, le labbra erano leggermente screpolate e d’un colore viola che mutava in azzurro nelle zone circostanti. Stelvio continuava a fissare, ebete e avvinto, anche Pietrantonio passava da un dettaglio all’altro come un insetto che va su un bue addormentato… E sarebbero andati avanti così per un bel po’ se, a un certo punto, non fosse salita nella stanza una vecchia serva nana, quella che entrambi conoscevano, con una scopa in mano chiedendo loro cosa stessero combinando e, visto che non avevano saputo cosa rispondere, senza riguardo li aveva cacciati. Uscendo avevano dovuto convenire sul fatto che se il vecchio Serchia fosse stato o no assassinato, dal guardarlo in faccia, non si poteva capire. Per il sentiero, Stelvio camminava spavaldo perché in cielo era salita la luna, una luna piena che faceva splendere le pietre ai bordi del sentiero, sosteneva che lui non aveva provato nessuna paura e che, se non fosse stato per la vecchia domestica, in quella grande stanza avrebbe resistito un’altra ora come minimo senza il bisogno d’uscire. Pietrantonio no, lui si sentiva inquieto; e raccontava che, una o due notti dopo di quella sera, in un sogno indefinibile, scialbo e pieno di mistero, c’era il Capitano ritto vicino alla porta di casa sua e lo guardava… senza entrare in casa. In altre notti aveva sognato che era venuto vicino al suo letto e lo scrutava; non chiedeva nulla ma se ne stava lì e lo guardava in silenzio; e c’era vicino a lui un lupo selvatico d’insolita grandezza ma buono e domestico, e anche lui guardava in silenzio, ansimando come fanno i cani… Quei sogni lo spaventavano… C’era voluto qualche anno per sperderne il timore. C’è un pericolo nascosto nelle rughe, non solo dei morti, ma anche dei viventi, e questo è un gran mistero!... un pericolo che dorme e aspetta solo di essere risvegliato, se n’era accorto in altre occasioni, Pietrantonio. Più volte ad Arezzo aveva fissato volti di morti, e altre volte si era trovato a ritrarre delle persone ritenute folli o agitate… Dopo quelle sedute, la notte, si ritrovava spesso in compagnia di quei volti, e gli parevano porre in silenzio immensi quesiti; così al mattino si risvegliava ansioso. Ora credeva di sapere perché esiste una sorta di rituale, una particolare “grammatica degli sguardi”, che s’instaura tra la gente. Nel fissarsi molto a lungo affiorano in superficie frammenti di vita riposta e interiore che sarebbe meglio custodire nell’ombra! Quando l’occhio si rispecchia in un altro occhio, si diventa vulnerabili e non è più possibile difendersi da certi insidiosi transiti dell’animo. E dagli occhi e dalla bocca (cavità di solito preposte ad assumere cose in entrata) vengono allora partoriti sorrisi malati, strane figure in forma di consapevolezza, o anche solo imbarazzo. E veniva da pensare allora che la scrittura delle rughe, su quella tavola di misteriosi geroglifici che è il volto, era un codice ancora tutto da decifrare e nelle persone cosiddette folli questo era lampante. Poi messo a bottega, Pietrantonio aveva preso a studiare la pittura con metodo e quel fatto gli ritornava spesso alla mente come un mito, sommamente arcano, della sua infanzia. Una scena nella quale gli pareva di aver toccato per la prima volta "il cuore misterioso delle cose!”

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